Dorian Cara storico e critico d’arte

Dominio di genere
di Dorian Cara
(storico e critico d’arte)

Una chiave di comprensione del progetto DND (Do Not Disturb) dell’artista Claudio Caporaso, con la curatela di Paola Selvaggia Rabai, affinché non rimanga nell’alveo della estemporaneità e delle possibili circostanze ingiustificate, ritengo abbia la necessità di un’ulteriore indispensabile riflessione, dove il tema proposto, la violenza sulle donne, mi pare abbia uno scarto nuovo, un passo ulteriore, incarnando un passaggio – anche se non innovativo nel panorama dell’arte – certamente differente per comprendere quel passaggio obbligato dall’azione della medesima violenza alla redenzione, dalla prigionia della prevaricazione di genere alla liberazione dal gioco dalle catene del sopruso.
Per intendersi, non basta inneggiare ad una battaglia e solo per questo essere sicuri di vincerla, anche se il periodo può sembrare favorevole. Servono elementi, forze e ragioni concrete che permettano di valutare ampiamente gli esiti dello scontro-incontro, e certamente Caporaso ha stimato attentamente con le sue creazioni, non solo la profonda verità e lacerante drammaticità dei tempi, quanto anche l’importanza di esporsi nell’essere portabandiera di questo tema e dei suoi possibili successi, come l’accoglimento e l’eco della proposta, e – allo stesso tempo – i possibili insuccessi, dovuti ad una attuale distrazione del mondo per la proposta artistica in genere, in favore dei più eclatanti e ascoltati colpi inferti dalla cronaca nera, concupiscente, magnetica e pruriginosa, perfetta a soddisfare, non l’estetica, quanto l’immediatezza e quel germe di orrore che ci piace tenere vivo dentro di noi, spesso anche inconsapevolmente.
Ritengo che per dar miglior contestualizzazione al progetto DND e non renderlo solo una manifestazione artistica come tante altre, sia interessante recuperarne, seppur ad ampi sprazzi e a volo d’uccello, la genesi espressiva nella storia dell’arte, ripensando alle innumerevoli realizzazioni di opere sula violenza nei confronti della donna che dalla scultura alla pittura hanno raccontato tanto.
Mi riferisco ai temi mitologici o della storia classica, come i miti della romanità del “Ratto delle Sabine” o della retta e fedele “Lucrezia”, moglie di Collantio sopraffatta da Sesto Tarquinio, nella difesa della Res Publica. Ed ancora alla cospicua produzione del tema veterotestamentario de “Susanna e i vecchioni” o alle violenze carnali incise da Francisco Goya.
Non si dimentichino le espressioni artistiche di Tiziano nel Miracolo del marito geloso, del 1511, affrescato nella Scuola del Santo a Padova, o Le viol (Lo stupro) di Edgar Degas, del 1868–1869, conservato al Philadelphia Museum of Art, ed ancora a L’omicidio, del 1906 circa, eseguito da Walter Sickert, artista che forse si ipotizza sia il Jack lo Squartatore della Londra vittoriana di fine Ottocento.
Anche nelle cromie accese e contrastanti dell’espressionismo tedesco si ritrova diverse volte il tema del femminicidio, come nel John, il Lady killer, conservata al Kuntsthalle di Amburgo, o ne Il piccolo assassino di donne di collezione privata luganese, entrambe realizzate nel 1918 da George Grosz; o ancora le diverse tele e disegni con scene di omicidio eseguite da Otto Dix, tra fine anni Dieci e inizio anni Venti del secolo scorso, che hanno sempre come soggetto giovani donne.
E ancora penso a Qualche piccolo colpo di pugnale di Frida Kahlo del 1935 e Le viol (Lo stupro) di René Magritte del 1945, fino ad arrivare alle performance autolesioniste di Marina Abramović nel suo Rhythm 10 del 1973 o alle foto di Nan Goldin, tra cui Un mese dopo essere stata picchiata del 1984, che racconta con crudezza e forza espressiva della sua documentata quotidiana nel progetto “The Ballad of Sexual Dependency” dove lo scatto fotografico è portavoce impietoso e assai realistico di uno tra i tanti martiri.
Tralasciando, solo per ragioni di citazione dei contributi, tutta l’infinità di testimonianze legate alla settima arte, il cinema, penso che il progetto più recente che ha maggiormente scosso coscienze e al contempo avuto importante visibilità sia quello della messicana Elina Chauvet, con la sua installazione del 2009, ormai divenuta famosa in tutto il mondo, dove ha appoggiato coppie di scarpe rosse vuote nelle piazze, per denunciare i femminicidi a Ciudad Juàrez compiuti a partire dal 1993. L’effetto evocativo e di impatto nella denuncia di questa piaga, sta nell’atmosfera metafisica delle piazze vuote e delle scarpe posizionate regolarmente: tante silenziose urla soffocate, domande e speranze inespresse, futuri violati, promesse e rispetti traditi, sia per le vittime che per i propri carnefici.
Una perdita per tutti, il cui strascico può diventare l’oblio della sofferenza, superata dalla dimenticanza, dalla distrazione, dal dolore che fa richiudere nel silenzio: tutti possibili alibi per la reiterazione della violenza, scandita da sprazzi di onnipotenza a cui poter dare, poi, tutte le labili giustificazioni per difendersi, per reiterare, in nome delle proprie ipocrite fragilità che possono sentenziare la morte. Chi può redimersi togliendo la vita?
Per Claudio Caporaso è venuto il momento di disturbare, con il suo “Do Not Disturb”; disturbare la coscienza di chi ancora non ascolta. Le sue creazioni hanno il potere di manifestare, sensibilizzare e richiamare le coscienze sociali ad un perpetrato e ritmato olocausto, che tocca tutto l’emisfero da sempre, nelle forme più disparate, dal religioso all’economico (e penso a infibulazioni e costrizioni sessuali), dallo psicologico al culturale (e penso al soggiogamento silente e vessatorio di donne impaurite, smarrite e sole, relegate nelle proprie case), fino ad arrivare ai mondi del lavoro e dello spettacolo (e continuo a pensare alle diverse forme della molestia psicologica e sessuale).
Caporaso tende una mano, la spalanca e mostra il desiderio di una donna nel redimersi, nel liberarsi, nel rompere quelle catene che soffocano la sua sensibilità e bellezza naturale, che sono dono unico per l’umano a partire dalla genesi della vita e del suo reiterarsi, e che ancora ci si permette di violare, malgrado ci si continui a vantare del progresso sociale.
La possibilità di salvezza sta nella conoscenza e nella coscienza che ciascuno di noi ha a disposizione nella propria vita. La violenza è la negazione di tutto questo, e se la vittima è donna, la sconfitta e la perdita sono assolutamente maggiori e più rischiose.

 

Dorian Cara
(storico e critico d’arte)